Bacco, Tabacco e Social: come Internet sta per cambiare
2026-8-21 16:36:42 Author: mgpf.it(查看原文) 阅读量:4 收藏

A Oakland è cominciato il più grande processo mai celebrato contro Meta, e per la prima volta sul banco degli imputati non ci sono i contenuti ma l’architettura: lo scorrimento infinito, le notifiche, il carico di dopamina progettato a tavolino. È lo stesso passaggio che mezzo secolo fa ha travolto l’industria del tabacco, e per capirlo davvero vi racconto una cosa mia: quindici anni di bicchieri di vino, quattro anni per smettere, e la scoperta che il telefono aveva preso il posto del bicchiere.

Ieri sera ho bevuto mezzo bicchiere di vino e sono stato malissimo, il che fa abbastanza ridere se pensate che per almeno un decennio e mezzo il bere è stato una parte fondante delle mie giornate: il bicchiere delle cinque per staccare la testa, la collezione di bottiglie (ce l’ho ancora, abbastanza invidiabile, ferma lì a guardarmi), l’enoteca come destinazione del tardo pomeriggio, quasi mai superalcolici, al massimo un gin tonic. La mia vita, da una certa ora in poi, nel momento in cui dovevo rilassarmi, passava per un bicchiere di vino, e ci sono stati periodi in cui sono stato a un passo dall’alcolismo, dalla parte sbagliata del passo. Ho smesso circa quattro anni fa, ma non è vero: ho smesso del tutto da meno di un anno, perché ci ho messo quattro anni a finire di smettere, tra riprese, ricadute e nuovi tentativi. Il motivo di quella fatica non era la sostanza, era il rituale: il rituale dello staccare, del volermi bene, del “ho finito le cose che dovevo fare e adesso c’è del tempo per me”, aveva dentro un bicchiere. Sedermi al bar sotto casa con qualcosa da bere in mano, nella mia testa, era staccare, e togliere quel gesto significava far crollare una costruzione di abitudini: un crollo che, per me, è stato quasi sofferenza fisica.

Se ne parlo oggi, non è per raccontarvi i fatti miei, ma perché la stessa identica storia me la raccontano amici che l’hanno vissuta col tabacco, altri che l’hanno vissuta con le sostanze, e perché la stessa cosa sta succedendo, adesso, con Internet e con i social network: solo che questa volta a dirlo non sono io, è un tribunale federale americano, ed è la prima volta che questa presa di coscienza rischia di cambiare il volto della rete e delle nostre abitudini in modo strutturale.

Il processo che non parla di contenuti

Il 18 agosto 2026, davanti alla Corte federale del Distretto Nord della California a Oakland, sono cominciate le arringhe di apertura del più grande processo mai intentato contro Meta: lo raccontano, tra gli altri, NPR e la CNBC. Quattro stati capofila, California, Colorado, New Jersey e Kentucky, in rappresentanza di una coalizione di ventinove Attorney General, si presentano davanti alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers (la stessa di Epic contro Apple, per chi colleziona queste cose) per un dibattimento che dovrebbe durare circa sei settimane. La cifra richiesta è titanica, fino a 1.400 miliardi di dollari, e nasce da un moltiplicatore molto semplice: in base alle leggi statali a tutela dei consumatori, ogni adolescente utente conta come violazione separata. Gli stessi legali degli stati indicano alla corte una cifra “più probabile” intorno ai 200 miliardi, che sarebbe comunque la più grande sanzione mai inflitta a una piattaforma; ma la cifra, per quanto enorme, è la parte meno interessante della storia.

La parte interessante è il modo in cui il processo è stato costruito. In quasi tutte le cause degli ultimi vent’anni, Meta si è trincerata dietro il contenuto: c’è contenuto violento, contenuto pornografico, contenuto di adescamento, e il contenuto pubblicato da terzi è più o meno tutelato ovunque, in Europa dalla Direttiva sul commercio elettronico e negli Stati Uniti dalla Section 230 del Communications Decency Act, le ventisei parole che hanno cambiato Internet stabilendo che una piattaforma non risponde di ciò che altri pubblicano usando i suoi strumenti. Questa volta la corte ha stabilito che quello scudo non si applica, perché l’accusa non riguarda il contenuto ma l’architettura: lo scorrimento infinito, le notifiche, gli algoritmi di raccomandazione sono condotta del produttore, non editoria di terzi. L’impianto giuridico è quello della responsabilità da prodotto, la stessa che useremmo per dei freni difettosi o per un farmaco che fa danni: non “cosa c’è dentro la piattaforma”, ma come qualcuno l’ha ingegnerizzata, sapendo quello che faceva.

E che lo sapessero, secondo l’accusa, lo dicono i documenti interni finiti nel fascicolo, desecretati nel corso della causa e definiti “damning”, schiaccianti, dal procuratore generale della California Rob Bonta: ricerche interne in cui l’azienda studiava la sensibilità dopaminergica del cervello adolescente per orientare le scelte di prodotto, con passaggi in cui si osserva che i cervelli dei ragazzi sono più sensibili alla dopamina, che è uno dei motivi per cui la dipendenza da sostanze è più alta proprio in adolescenza, e che è questo a tenerli lì, a scorrere, e scorrere, e scorrere. In un procedimento collegato, a febbraio 2026, Mark Zuckerberg, atteso a testimoniare anche a Oakland, ha ammesso che far rispettare i limiti di età su Instagram è “molto difficile”; nel frattempo, come ricostruito da TechCrunch, l’uso quotidiano medio di Instagram tra i ragazzi saliva da 40 minuti nel 2023 a 46 nel 2026.

L’aula, nei primi giorni, ha confermato l’impostazione: secondo la ricostruzione di Law.com, nell’arringa di apertura la vice procuratrice generale della California, Megan O’Neill, ha riassunto alla giuria il modello di business di Meta in quattro parole: “‘hook’ the users, ‘hold’ them for as long as they can, ‘harvest’ their data, and then ‘hide’ the truth” (Trad. “agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità”), citando tra le prove uno studio interno intitolato, testualmente, “The young ones are the best ones”, i giovani sono i migliori. E il primo testimone chiamato dagli stati è Arturo Bejar, l’ingegnere che per anni ha diretto la sicurezza tecnica di Facebook, chiamato a raccontare perché la protezione che avrebbe dovuto costruire da dentro, a suo dire, non è mai arrivata.

Perché si chiama “momento tabacco”

Molti commentatori, anche tra i più bravi, dicono che siamo davanti all’equivalente del momento tabacco dei social network, e vale la pena capire cosa significa davvero, perché l’analogia è molto più precisa di uno slogan. Per decenni l’industria del tabacco è stata intoccabile: Marlboro Country, i cowboy, un apparato di lobbying talmente potente che la controversia “il fumo fa male o no?” è rimasta artificialmente aperta per una generazione intera. Gli storici della scienza Naomi Oreskes ed Erik Conway, in Merchants of Doubt (2010), hanno ricostruito il manuale operativo di quella stagione: non serve vincere il dibattito scientifico, basta mantenere viva l’impressione che il dibattito esista, reclutando esperti con credenziali vere ma fuori campo, pretendendo “equilibrio” mediatico tra consenso e frangia, spostando all’infinito l’asticella della prova richiesta. Il documento fondativo è un memo interno della Brown & Williamson del 1969, emerso nei processi: “Doubt is our product”, il dubbio è il nostro prodotto, il mezzo migliore per competere con il corpo di fatti che esiste nella mente del pubblico.

Poi il castello è crollato, quando i documenti interni hanno dimostrato che le aziende sapevano, da decenni, esattamente quello che negavano in pubblico: nessuno aveva vinto il dibattito, era semplicemente diventato impossibile fingere che esistesse ancora. Da lì il tabacco è finito sul tavolo degli imputati, fino al Master Settlement Agreement del 1998 con cui i produttori si sono impegnati a versare 206 miliardi di dollari in venticinque anni ai 46 stati americani firmatari. La sequenza che stiamo guardando oggi è la stessa, quasi fotogramma per fotogramma: i documenti interni li ha portati fuori Frances Haugen nel 2021, con i Facebook Files consegnati al Congresso e al Wall Street Journal (la ricerca interna secondo cui una ragazza su tre, tra quelle che già vivevano male il rapporto col proprio corpo, diceva che Instagram la faceva stare peggio: lo ha raccontato NPR all’epoca della testimonianza); e la linea di difesa di Meta, “il nesso causale tra design e danno non è scientificamente dimostrato”, è parola per parola lo standard difensivo già usato dal tabacco, dall’amianto e dagli oppiacei. È una difesa che funziona finché dall’altra parte non ci sono documenti interni che dicono “noi lo sapevamo”; quando arrivano, smette di funzionare.

Il meccanismo è lo stesso del bicchiere

E qui torno al mio bicchiere di vino, perché il punto che i tecnicismi giudiziari rischiano di nascondere è che questa storia non riguarda solo i minori: riguarda più o meno tutti noi, me per primo. Il meccanismo al centro del processo è il carico dopaminico: contenuti e ricompense che appaiono a intervalli irregolari, per cui scorrete per vedere cosa arriva, e l’attesa del forse vi tiene lì. È un meccanismo che la psicologia conosce da quasi un secolo: Burrhus Skinner lo ha chiamato rinforzo a rapporto variabile (in The Behavior of Organisms, 1938), la ricompensa che arriva a intervalli imprevedibili e che per questo crea l’abitudine più difficile da spegnere, la stessa meccanica delle slot machine. L’industria del software l’ha trasformata in manuale di progettazione: Nir Eyal, in Hooked (2014), descrive il ciclo di innesco, azione, ricompensa variabile e investimento con cui si costruiscono prodotti che formano abitudini, e la parola chiave è l’ultima, l’investimento, perché più tempo e identità mettete dentro il prodotto, più il prodotto diventa il vostro modo di stare al mondo.

Io con l’alcol ho smesso perché per un periodo ho dovuto farlo, e ho scoperto che stavo meglio: più lucido, meno aggressivo (e l’aggressività per me è sempre stata un problema serio, l’alcol abbassava il livello del controllo), dormo benissimo, primo anno della mia vita adulta senza sinusite e senza allergie. Ma le cose buone dello smettere le sapevo da un lustro: il problema non era la chimica, era l’abitudine. Il problema era che “staccare” significava sedermi al bar con qualcosa in mano, che uscire con gli amici significava una buona bottiglia da condividere, che l’alcol è un disinibitore e per chi, come me, la scioltezza sociale se la deve costruire, quella facilitazione pesa. Adesso prendete tutte queste frasi, togliete il bicchiere di vino e metteteci il cellulare: sono, mutatis mutandis, la stessa cosa. E vi dirò di più, con tutta l’onestà del caso: da un certo punto in poi, una buona parte dei momenti in cui avevo un bicchiere in mano l’ho sostituita con il telefono in mano. Per altri è perfino peggio: lo schermo è l’unico momento in cui riescono a staccare, l’unico spazio che sentono dedicato a se stessi, ed è proprio lì che il paragone smette di essere una metafora e diventa una diagnosi. Quello che le piattaforme ci portano via non è il tempo, il tempo è solo la fattura: è il momento in cui decidiamo.

La mappa del contenzioso, dall’America a Milano

Oakland, peraltro, è solo il fronte più visibile di un accerchiamento globale. Negli Stati Uniti la causa multidistrettuale MDL 3047 consolida oltre tremila cause di famiglie e distretti scolastici; a marzo 2026 una giuria di Los Angeles, nel primo verdetto civile della serie, ha dichiarato Meta e Google responsabili per negligenza nel caso K.G.M.; a giugno, alla vigilia del primo processo federale, Meta ha preferito accordarsi in extremis con un distretto scolastico del Kentucky piuttosto che andare in aula; e il New Mexico ha già incassato, tra verdetto e giudizio finale, oltre 940 milioni di dollari su un fronte diverso, la sicurezza dei minori dai predatori. Altri quattordici stati hanno un processo in calendario per febbraio 2027. Nel frattempo Washington, paradossalmente, non riesce ad approvare la legge federale che renderebbe superfluo tutto questo: il pacchetto KOSA più COPPA 2.0 è passato alla Camera a giugno, ma senza il “duty of care”, l’obbligo di ragionevole cura nel progettare le funzioni, che la commissione Commercio del Senato ha invece mantenuto nella versione approvata a inizio agosto, e le due camere per ora si guardano in cagnesco.

L’Europa combatte la stessa guerra con armi diverse: a luglio 2026 la Commissione ha messo nero su bianco le conclusioni preliminari secondo cui il design di Facebook e Instagram, scorrimento infinito, riproduzione automatica e notifiche comprese, viola il Digital Services Act, dopo aver già contestato a Meta in primavera il fatto che le piattaforme accettino date di nascita false senza verifica reale, con un rischio sanzionatorio fino al 6% del fatturato globale, cioè intorno ai 12 miliardi di dollari; l’Irlanda indaga sui dark pattern dei sistemi di raccomandazione; l’Australia ha vietato i social sotto i 16 anni, con risultati per ora discutibili, visto che secondo Al Jazeera otto adolescenti su dieci aggirerebbero il divieto; la Francia ha visto il proprio divieto bocciato dal Conseil constitutionnel prima ancora di partire. E poi c’è l’Italia, che per una volta è all’avanguardia: al Tribunale delle Imprese di Milano corre la prima class action inibitoria europea contro Meta e TikTok, promossa dal MOIGE, che non chiede soldi: chiede al giudice di ordinare alle piattaforme di cambiare l’algoritmo e di verificare davvero l’età, a tutela dei circa 3,5 milioni di minori tra i 7 e i 14 anni presenti sulle piattaforme con dati falsi. Udienza finale il 19 novembre 2026. Di come Bruxelles fosse arrivata a dare del pusher a Zuckerberg avevo già parlato in una puntata di Ciao Internet, quando la Commissione aveva cominciato a trattare Instagram come una slot machine dal punto di vista della dipendenza.

Cosa possiamo farci, noi

Attenzione a una cosa, però, perché il momento tabacco non va frainteso: il tabacco esiste ancora, si vende ancora, e se i tribunali obbligheranno le piattaforme a togliere questi meccanismi, probabilmente ne troveranno altri. Il momento tabacco è un’altra cosa: è il momento in cui una società si rende conto che quella cosa che le fa male non è più cool, e da lì le abitudini cambiano prima e più a fondo di quanto le leggi da sole potrebbero. Le nuove generazioni con l’alcol l’hanno già fatto: conosco pochissimi ventenni che si devastano il sabato sera come faceva la mia generazione, e nessuna legge glielo ha imposto. Nel frattempo, qualche cosa concreta si può fare:

  • Primo: chiamate la cosa col suo nome. Se il momento in cui “staccate” coincide sistematicamente con il telefono in mano, quella coincidenza dice poco del vostro carattere e molto di un prodotto progettato per funzionare così, su di voi come su un quindicenne. Riconoscerlo non risolve, ma sposta la colpa dal vostro autocontrollo al design, che è il posto giusto dove metterla.
  • Secondo: lavorate sul rituale, non sulla sostanza. La parte difficile dello smettere, ve lo dice uno che ci ha messo quattro anni, non è rinunciare all’oggetto ma ricostruire il gesto dello staccare senza quell’oggetto dentro. Serve un sostituto fisico e concreto del momento per sé: una camminata, un caffè seduto, qualunque cosa che non abbia uno schermo, perché il vuoto che lascia un rituale viene sempre riempito da un altro rituale, e conviene sceglierlo invece di subirlo.
  • Terzo: se avete figli, usate gli strumenti che già esistono. I controlli parentali e i limiti di tempo ci sono già su ogni piattaforma e restano quasi sempre spenti; attivarli, insieme a un po’ di educazione digitale fatta in casa, vale più di qualunque divieto generalizzato, che come si è visto in Australia i ragazzi aggirano in un pomeriggio. La battaglia giusta, quella dei processi di cui sopra, è vietare il meccanismo che crea dipendenza, non l’accesso allo strumento.

Non vi sto dicendo di cancellarvi dai social, come non direi a nessuno di non bere mai un bicchiere (io non posso più: mezzo bicchiere e mi viene un mal di testa memorabile, ma è un mio problema). Vi sto dicendo di mettervi nella posizione di chi accetta che questo problema di dipendenza esiste, che non si liquida con “ma io li uso per lavoro” o “mi sto solo documentando”: sono le stesse giustificazioni di chi, a una cena di lavoro, vi spiega che quel bicchiere gli serve per fare business. Trovare nuovi modi per staccare è difficile, ve lo garantisco, e vale la pena di provarci adesso, prima che sia una sentenza a decidere per tutti come dev’essere fatta la rete. E il giorno in cui guarderemo lo scorrimento infinito come oggi guardiamo il posacenere pieno su una scrivania d’ufficio anni Ottanta, il merito non sarà di un tribunale: sarà di chi, uno alla volta, avrà smesso di trovarlo normale.

Per Approfondire


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