Mag 27, 2026 Attacchi, In evidenza, News, RSS, Scenario
Le campagne di SEO poisoning non sono certo una novità nel panorama cybercriminale. Da decenni gli attaccanti manipolano i motori di ricerca per spingere siti malevoli tra i primi risultati, inducendo gli utenti a scaricare malware credendo di visitare pagine legittime. Ma una nuova campagna analizzata da Microsoft Security Blog mostra un’evoluzione particolarmente interessante del fenomeno: gli attori malevoli stanno iniziando a sfruttare anche i chatbot AI per distribuire malware destinato al cryptomining GPU.
Secondo i ricercatori, gli attaccanti stanno prendendo di mira utenti molto specifici: appassionati hardware, gamer e power user che dispongono di GPU ad alte prestazioni, sistemi ideali per attività di cryptojacking ad alta redditività.
La campagna sfrutta una combinazione di tecniche di social engineering e manipolazione algoritmica. Gli utenti cercano online utility popolari come CrystalDiskInfo, HWMonitor, Display Driver Uninstaller o FurMark e vengono indirizzati verso domini controllati dagli attaccanti che imitano i siti ufficiali. La parte più interessante della ricerca riguarda però l’utilizzo dei Large Language Model. Microsoft spiega di aver osservato casi in cui utenti che chiedevano consigli di download a chatbot AI ricevevano link verso domini malevoli inseriti direttamente nelle risposte generate dal modello.
Non si tratta ancora di un attacco strutturato contro gli LLM stessi, ma piuttosto di una forma di “AI search poisoning”, cioè un’estensione della classica SEO poisoning all’interno degli ecosistemi conversazionali basati su AI. Il concetto è semplice ma estremamente efficace: se gli utenti iniziano a sostituire Google con chatbot AI per trovare software e utility, gli attaccanti seguiranno inevitabilmente lo stesso flusso.
La campagna descritta da Microsoft non punta alla massima diffusione possibile. L’obiettivo sembra essere invece la selezione accurata delle vittime più redditizie. I software impersonati dagli attaccanti sono infatti tutti associati a utenti enthusiast, overclocker o gamer avanzati. Questo consente agli operatori della campagna di aumentare la probabilità di compromettere sistemi dotati di GPU discrete di fascia alta, molto più profittevoli per il mining rispetto ai normali PC consumer.
Secondo l’analisi tecnica, gli utenti vengono indirizzati verso siti clone costruiti per sembrare identici alle pagine ufficiali delle utility più note. Una volta scaricato il software, il payload avvia una catena di infezione che include componenti di persistenza e accesso remoto. Tra gli elementi più preoccupanti figura l’abuso di ScreenConnect, utilizzato per mantenere accesso persistente ai sistemi compromessi. Questo dettaglio è particolarmente rilevante perché suggerisce che la campagna non sia limitata al solo cryptomining. Microsoft sottolinea infatti che gli accessi ottenuti potrebbero essere successivamente sfruttati anche per furto dati, movimenti laterali e distribuzione ransomware. La presenza di strumenti di remote management rende quindi l’infezione potenzialmente molto più pericolosa di un semplice miner GPU.
La SEO poisoning sta diventando una delle tecniche preferite dai cybercriminali per ottenere accesso iniziale. Secondo ReliaQuest, le rilevazioni di malware collegate a campagne SEO poisoning sono cresciute del 60% in sei mesi tra il 2023 e il 2024. Anche Zscaler aveva già osservato campagne analoghe basate su keyword AI, utilizzate per distribuire malware come Vidar, Lumma e Legion Loader attraverso siti ottimizzati con tecniche Black Hat SEO. La novità è che ora il fenomeno sembra estendersi oltre i motori di ricerca tradizionali, entrando nei flussi conversazionali generati dai chatbot AI: non viene compromessa l’AI in sé, ma il contesto informativo che l’AI utilizza per rispondere agli utenti.