Kaspersky: la GenAI mette alla prova il riconoscimento facciale
2026-5-25 08:2:35 Author: www.securityinfo.it(查看原文) 阅读量:14 收藏

Mag 25, 2026 Approfondimenti, Attacchi, Hacking, In evidenza, Minacce, Privacy, Scenario, Software, Tecnologia, Vulnerabilità


Un volto reale può essere modificato dall’intelligenza artificiale invecchiandolo, ringiovanendolo o alterandolo talmente tanto da perdere la somiglianza con l’originale. A un osservatore umano sembrerà quello di un’altra persona ma, per alcuni sistemi di riconoscimento facciale, quel volto può continuare a corrispondere alla stessa identità.

È il risultato mostrato da Kaspersky durante HORIZONS, la principale conferenza europea dell’azienda, in una dimostrazione condotta dal Global Research and Analysis Team, il GReAT.

I ricercatori hanno elaborato fotografie di volti reali con strumenti di intelligenza artificiale generativa, simulando scenari di invecchiamento e ringiovanimento. In molti casi le immagini prodotte sono apparse ai giornalisti presenti come ritratti di persone diverse, ma il sistema di riconoscimento facciale ha continuato ad associarle alle identità originali in dieci casi di test indipendenti.

Il punto, per Kaspersky, è duplice. Da una parte l’esperimento conferma che alcuni sistemi biometrici non si basano sulla semplice somiglianza visiva, ma su caratteristiche geometriche e strutturali del volto.

Dall’altra, proprio queste caratteristiche possono essere conservate anche in immagini sintetiche generate a partire da fotografie reali, creando un rischio per i sistemi automatici di verifica dell’identità.

Maher Yamout è Lead Security Researcher del Global Research and Analysis Team di Kaspersky.

Maher Yamout, Lead Security Researcher del Global Research and Analysis Team di Kaspersky, lo ha definito “una prova di fattibilità di un potenziale attacco basato sull’intelligenza artificiale”, precisando che l’esperimento non costituisce uno studio su larga scala.

La conseguenza pratica, ha spiegato, è che “le trasformazioni facciali generate dall’IA possono preservare l’identità biometrica anche quando la percezione umana interpreta le immagini come individui completamente diversi”.

Perché la macchina non vede quello che vediamo noi

Per capire il problema bisogna distinguere due passaggi che spesso vengono confusi. Il primo è il rilevamento facciale: il sistema analizza un’immagine e stabilisce se al suo interno è presente un volto.

Il secondo è la verifica facciale: una volta individuato il volto, il sistema lo confronta con un’immagine di riferimento e valuta se appartiene alla stessa persona.

Nel suo intervento, Yamout ha spiegato che la macchina non “capisce” un volto nel modo in cui lo fa un essere umano. Non interpreta la pelle, l’espressione, l’impressione complessiva o la somiglianza visiva.

Il sistema individua l’area del volto, ne estrae caratteristiche e le converte in matrici matematiche. A quel punto confronta numeri, distanze e soglie di similarità.

Questo spiega perché un’immagine modificata dall’IA può apparire molto diversa a una persona, ma risultare ancora abbastanza vicina all’originale per un modello di riconoscimento.

L’intelligenza artificiale può cambiare l’età apparente, la texture della pelle, gli occhiali, alcuni dettagli estetici o lo stile dell’immagine, ma conservare elementi geometrici e strutturali sufficienti per superare il confronto biometrico.

Nella nostra intervista, avvenuta successivamente alla presentazione, Yamout ha riassunto il punto in modo molto diretto: “Le macchine non capiscono la pelle, non capiscono le fotografie”.

Secondo Yamout, sette modelli su otto hanno si sono fatti ingannare da immagini rifatte in stile Studio Ghibli. Che questa immagine sia sufficiente per fingersi Sam Altman?

I modelli, ha spiegato, cercano elementi come occhi, naso e bocca, individuano l’area del volto e la trasformano in numeri. “Quello che siamo riusciti a fare è stato cambiare l’aspetto visibile del volto ma mantenere intatta la struttura sottostante”.

Uno degli esempi più efficaci mostrati durante la presentazione riguardava un’immagine trasformata in uno stile illustrato simile a quello dello Studio Ghibli. A un osservatore umano non verrebbe naturale accettarla come prova di identità in un sistema di sicurezza.

Eppure, secondo Yamout, sette modelli su otto l’hanno comunque riconosciuta come riferibile alla stessa persona.

È un dettaglio aneddotico, che però rende bene la distanza tra la percezione umana e il calcolo biometrico.

KYC, onboarding e verifica dell’identità

Il tema diventa particolarmente rilevante nei processi di verifica dell’identità. Tra questi rientra il KYC, acronimo di “Know Your Customer”, cioè l’insieme delle procedure con cui banche, fintech, piattaforme finanziarie e altri soggetti verificano l’identità di un cliente prima di attivare un servizio o autorizzare determinate operazioni.

In molti casi l’utente carica un documento, scatta una foto o registra un breve video; il sistema confronta poi quei dati con un’immagine di riferimento.

Yamout ha indicato le università e le istituzioni finanziarie tra gli ambiti in cui possono essere ancora usate forme di verifica facciale bidimensionale.

È difficile misurarne la diffusione precisa, ha osservato, perché si tratta di una tecnologia comune, integrata in molti ambienti con motori, modelli e configurazioni differenti.

Il rischio più concreto riguarda gli scenari in cui un attaccante non genera un volto casuale ma parte da una fotografia reale.

Nella conferenza stampa Yamout ha parlato di immagini “seeded”: il modello riceve un’immagine iniziale e produce una variante sintetica, modificata secondo le istruzioni dell’operatore.

Questo rende l’attacco più mirato, perché l’immagine artificiale conserva una relazione matematica con il volto originale.

Yamout ha indicato le università e le istituzioni finanziarie tra i contesti in cui possono essere ancora usate forme di verifica facciale bidimensionale.

La conseguenza è che la verifica umana e quella algoritmica possono differire. Un operatore potrebbe considerare sospetta o non corrispondente un’immagine che il sistema giudica invece compatibile.

Oppure, in uno scenario automatizzato, una piattaforma potrebbe accettare un’immagine sintetica perché la distanza matematica rispetto al volto di riferimento rimane entro la soglia prevista dal modello.

Secondo Yamout, gli attaccanti partono sempre dallo studio dell’ambiente che vogliono colpire. Cercano di capire quali sistemi vengono usati, quali utenti sono coinvolti, quali software sono presenti e quali abitudini operative esistono all’interno dell’organizzazione.

Se scoprono che una procedura di verifica facciale usa un modello vulnerabile a immagini sintetiche o deepfake, quella procedura può diventare un punto d’ingresso.

La biometria resta utile, ma non basta da sola

Il messaggio di Yamout, però, non è che il riconoscimento facciale debba essere abbandonato.

Nell’intervista ha usato un paragone molto chiaro: le password continuano a essere usate anche se possono essere violate; i token di autenticazione a due fattori continuano a essere usati anche se possono essere sottratti con tecniche di phishing; gli antivirus continuano a essere distribuiti anche se esistono malware capaci di aggirarli.

La logica è la stessa per il riconoscimento facciale. Il riconoscimento facciale può ancora servire ma da solo non basta più a confermare un’identità. Deve essere affiancato da altri controlli, soprattutto nei processi più sensibili.

“Dobbiamo smettere di usarlo? No. È una buona misura di sicurezza”, ha spiegato Yamout. Il punto è affiancarla ad altri controlli compensativi: password, token, codici, verifica del dispositivo, analisi del comportamento, controlli documentali e procedure di escalation quando emergono anomalie.

Il riconoscimento facciale può ancora servire ma da solo non basta più a confermare un’identità. Deve essere affiancato da altri controlli, soprattutto nei processi più sensibili.

Questa logica vale soprattutto per i sistemi 2D. Yamout ha distinto questi scenari dal riconoscimento facciale usato ad esempio dagli smartphone, che si basa su scansioni 3D e quindi su una tecnologia più difficile da aggirare.

Anche in quel caso, ha ricordato, sono stati discussi tentativi di attacco tramite modelli tridimensionali del volto, ma il costo operativo è molto più alto. E nella sicurezza informatica, l’aumento del costo dell’attacco è già una forma di protezione.

È qui che torna il concetto di difesa in profondità. Se un sistema richiede password, token e verifica facciale, diventa più difficile aggirare tutto insieme. L’attaccante può riuscire a compromettere un fattore ma deve investire più tempo e più risorse per superarli tutti.

E spesso, ha detto Yamout, si sposta su un bersaglio più facile: “Gli attaccanti, alla fine, sono pigri”.

Le vecchie serrature vanno aggiornate

L’esperimento di Kaspersky non dice che ogni sistema di riconoscimento facciale sia facilmente aggirabile, né che la biometria abbia perso utilità.

Mostra però che immagini, audio e video generati dall’intelligenza artificiale stanno cambiando le regole della verifica dell’identità, costringendo aziende, sviluppatori e responsabili della sicurezza a ripensare molti processi oggi dati per affidabili.

Per anni il volto è stato trattato come un elemento forte dell’identità, perché difficile da replicare e immediato da verificare.

L’IA ha cambiato i termini del problema: può produrre immagini che confondono l’essere umano, preservano elementi biometrici rilevanti per la macchina e aprono nuovi scenari per frodi, identità sintetiche e manipolazioni nei processi di onboarding.

La risposta più solida passa da sistemi capaci di combinare più segnali. La verifica facciale deve essere accompagnata da controlli sulla provenienza dell’immagine, analisi del rischio, verifica del dispositivo, controlli antifrode e procedure manuali nei casi dubbi.

Dove la posta in gioco è alta, affidarsi a un singolo fattore espone a un rischio crescente.



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