
Le immagini che mancano in questa storia sono quelle delle ghigliottine industriali. Non vengono mai mostrate, non sono cinematografiche, non hanno il pathos di un rogo. Sono macchine basse, larghe quanto un bancone da cucina, che tagliano i dorsi dei libri con la stessa precisione monotona con cui un’affettatrice taglia il prosciutto. Un addetto carica una pila, abbassa la lama idraulica, le copertine cadono da una parte, le pagine sciolte dall’altra. Le pagine vanno sotto uno scanner ad alta risoluzione, i dati finiscono in un dataset, il resto va al riciclo. È una catena di montaggio inversa: produce informazione e distrugge oggetti.
Il 27 gennaio 2026 il Washington Post ha rivelato che questa è una scena reale, dentro magazzini reali, e che il committente è Anthropic, l’azienda di San Francisco che produce Claude e che si è venduta al mondo come l’AI lab dei buoni, quello che pubblica i paper sul Constitutional AI, quello che si appende al manifesto della Responsible Scaling Policy. Documenti interni dell’azienda, desigillati durante il processo, chiamano il programma Project Panama e lo definiscono in una frase che andrebbe incorniciata: “our effort to destructively scan all the books in the world” (Trad. “il nostro sforzo per scannerizzare distruttivamente tutti i libri del mondo”). Un altro documento interno, citato nella stessa inchiesta, è ancora più rivelatore: “We don’t want it to be known that we are working on this” (Trad. “Non vogliamo che si sappia che stiamo lavorando a questo”). Il numero stimato dall’inchiesta è tra cinquecentomila e due milioni di volumi acquistati prevalentemente da rivenditori di usato come Better World Books e l’inglese World of Books, tagliati a metà, fotografati, buttati. Durata stimata del programma: circa sei mesi. Costo stimato: decine di milioni di dollari.
Dovrebbe darci la pelle d’oca, e provo a spiegare perché a mente fredda, lasciandoci dentro la sensazione invece di levarla.
La sentenza che ha autorizzato il triturato
Per capire perché Anthropic abbia deciso di comprare e distruggere libri fisici invece di scaricarli da internet, bisogna tornare al giugno 2025 e a Bartz v. Anthropic. Il giudice William Alsup, della Northern District of California, ha emesso una sentenza che è una delle più importanti del decennio in materia di AI e copyright, e che ha diviso il fronte in due nettissimi: il training di un modello su libri legalmente acquistati è fair use, qualifica che Alsup ha definito “quintessentially transformative” (Trad. “trasformativa per definizione”); il training su libri piratati, scaricati cioè da archivi come LibGen e PiLiMi, non lo è, ed è quindi una violazione del diritto d’autore. Anthropic, come emerso dagli atti del processo, aveva scaricato oltre sette milioni di libri dai due archivi pirata, partendo da operazioni che il co-founder Ben Mann aveva fatto personalmente nel 2021 e che nel 2022 condivideva via email con i colleghi commentando “just in time!!!” (Trad. “appena in tempo!!!”).
In quel momento la causa è esplosa. Ad agosto 2025 Alsup ha certificato la classe, trasformando l’azione di tre autori in una mega-causa che rappresentava i diritti su 482.460 opere scaricate da Anthropic, e siccome i danni statutari per ogni opera registrata possono arrivare a 150.000 dollari, l’azienda si è trovata davanti a un’esposizione teorica massima superiore ai 72 miliardi di dollari. La risposta è stata immediata. Il 26 agosto 2025 Anthropic ha annunciato il settlement, e il 25 settembre 2025 il giudice Alsup ne ha dato approvazione preliminare. La cifra è quella che lo studio legale degli attori, Susman Godfrey, ha definito “the largest publicly reported copyright recovery in history” (Trad. “il più grande recupero per violazione di copyright pubblicamente riportato della storia”): 1,5 miliardi di dollari, circa 3.100 dollari per ogni titolo coperto, fee per gli avvocati nell’ordine dei 375 milioni di dollari, più l’obbligo per Anthropic di distruggere le due librerie pirata entro trenta giorni dalla sentenza definitiva, con certificazione scritta agli avvocati della classe.
Letto da fuori, è una storia con una morale chiara: l’azienda paga per quello che ha rubato. Ma la chiave è quello che la sentenza Alsup non sanziona, anzi autorizza. Il pezzo fair use della decisione apre legalmente la strada al business di Project Panama: se la pirateria costa, allora si compra. E se si compra, allora si può fare tutto il resto, perché il fair use copre la digitalizzazione e l’uso per il training, e nessuno nel sistema giuridico americano ha mai detto a un proprietario di un libro fisico cosa può o non può farne. Il libro è stato comprato, è suo, può anche dargli fuoco se vuole. La legge non chiede dignità nel trattamento del supporto: chiede che il diritto d’autore venga rispettato, e quel diritto si esaurisce nel momento in cui hai pagato la copia. Il taglio della rilegatura, allora, non è un atto di vandalismo culturale ma un atto di efficienza operativa, perché lo scanner di pagine sciolte va dieci volte più veloce dello scanner di libri rilegati, e quando devi processare due milioni di volumi la velocità è l’unica cosa che conta. La differenza tra Anthropic e un milione di persone che a fine vita gettano nel cassonetto i libri di un parente defunto è solo la scala industriale dell’operazione e l’esistenza di una macchina dedicata.
Vernor Vinge l’aveva scritto nel 2006
C’è un romanzo di Vernor Vinge che si chiama Rainbows End, vincitore del premio Hugo nel 2007 come miglior romanzo di fantascienza dell’anno. È ambientato a San Diego nell’anno 2025, ed è uno dei pochi libri di fantascienza recenti che si possa rileggere oggi senza ridere delle previsioni sbagliate. Vinge era un matematico, professore alla San Diego State University, ed è morto nel marzo 2024 senza vedere quanto preciso fosse stato. Nel romanzo, la UCSD Geisel Library, una vera biblioteca universitaria di San Diego che esiste tuttora, viene digitalizzata da un consorzio chiamato il Librareome Project. Il metodo è un dispositivo che Vinge battezza NaviCloud custom debinder: una ghigliottina industriale che taglia i libri, e un camera tunnel fatto di tessuto su cui sono cucite migliaia di telecamere minuscole, dentro cui i frammenti cadono mentre vengono fotografati da ogni angolazione possibile, in caduta libera. Il prodotto del processo è la versione digitale completa della biblioteca. Il sottoprodotto è una pila di carta tritata che viene riciclata. Robert Gu, un poeta resuscitato dall’Alzheimer da terapie geriatriche futuribili, viene reclutato in un piccolo gruppo di anziani digitalmente analfabeti che cerca di salvare i libri prima che il debinder li sminuzzi.
La scena merita di essere letta in originale, perché nessuna parafrasi rende l’effetto. Vinge la racconta così:
“In fact, this business was the ultimate in deconstruction: first one and then the other would pull books off the racks and toss them into the shredder’s maw. The maintenance labels made calm phrases of the horror: The raging maw was a ‘NaviCloud custom debinder.’ The fabric tunnel that stretched out behind it was a ‘camera tunnel.’ Robert flinched from the sight, and Epiphany randomly rewarded his gesture with imagery from within the monster: The shredded fragments of books and magazines flew down the tunnel like leaves in a tornado, twisting and tumbling. The inside of the fabric was stitched with thousands of tiny cameras. The shreds were being photographed again and again, from every angle and orientation, till finally the torn leaves dropped into a bin just in front of Robert. Rescued data.”
(Trad. “Di fatto, questo lavoro era la massima forma di decostruzione: prima uno e poi l’altro tiravano i libri dagli scaffali e li gettavano nella bocca della ghigliottina. Le targhe di manutenzione trasformavano l’orrore in frasi tranquille: la bocca furiosa era un NaviCloud custom debinder. Il tunnel di tessuto che si estendeva dietro era un camera tunnel. Robert si ritrasse dalla vista, e Epiphany ricompensò a caso il suo gesto con immagini dall’interno del mostro: i frammenti tritati di libri e riviste volavano dentro al tunnel come foglie in un tornado, contorcendosi e cadendo. L’interno del tessuto era cucito con migliaia di piccole telecamere. I pezzi venivano fotografati di nuovo e di nuovo, da ogni angolazione e orientamento, finché le foglie strappate cadevano in un cestino proprio davanti a Robert. Rescued data. Dati salvati.”)
Vinge non era un nostalgico, era un futurologo, ed era tra l’altro l’uomo che ha coniato il termine singularity nel suo significato moderno. La scena del Librareome non è una scena anti-tecnologica: è la scena di una società che ha smesso di percepire il libro come oggetto e ha cominciato a percepirlo come bottleneck di trasferimento dati. Il libro, in quel mondo, è solo l’involucro lento di un’informazione che potrebbe essere veloce, e quindi va sciolto, anzi, va frammentato perché il framing del problema è quello dell’efficienza. La storia mette in scena la stessa identica architettura morale di Project Panama vent’anni prima che venisse implementata. Le ghigliottine sono uguali, le telecamere sono uguali, persino l’eufemismo è uguale: Rescued data, destructive scanning. Le forme del salvataggio coincidono con le forme della distruzione, perché la distruzione è il prerequisito tecnico del salvataggio, e nessuno nel romanzo, esattamente come nessuno oggi, si pone la domanda se si potrebbe fare diversamente.
C’è un dettaglio nel passaggio sopra che rimane addosso. Quando Robert vede il debinder, la sua reazione non è la rabbia, è il ritrarsi fisico, lo flinch. È un dettaglio scrittorio raffinato, perché Vinge sa che la rabbia è l’emozione facile, è quella che ti aspetti da un poeta vecchio davanti a una macchina che trita libri, mentre il sussulto involontario del corpo è l’emozione esatta: è quella di chi vede una cosa che non è vietata, ma sa che non si dovrebbe fare. È esattamente la sensazione che molti di noi proviamo leggendo l’inchiesta del Washington Post, ed è un’emozione che il diritto positivo non sa nominare, perché il diritto positivo distingue legale e illegale e ha disimparato a maneggiare la categoria intermedia, quella delle azioni perfettamente legittime che fanno schifo lo stesso.
Bradbury sapeva, e il punto non era il fuoco
Quando si parla di libri distrutti il riflesso culturale ci porta subito a Fahrenheit 451, il romanzo che Ray Bradbury ha pubblicato nel 1953 e che da allora è diventato la metafora di default di qualunque distruzione di patrimonio scritto. La temperatura del titolo, 451 gradi Fahrenheit corrispondenti a 232,8 gradi Celsius, è quella a cui Bradbury riteneva che la carta prendesse fuoco spontaneamente, e in effetti il dato è sostanzialmente corretto perché la temperatura di autoaccensione della carta è intorno ai 233 gradi. Bradbury raccontò di averla appresa da un pompiere della Library of Congress, che è già un dettaglio che vale più di un saggio.
La cosa che si tende a dimenticare di Fahrenheit 451 è che il fuoco non è il problema centrale del romanzo. Il problema centrale è la frase con cui il capitano dei pompieri Beatty spiega al protagonista Guy Montag perché bruciano i libri. La spiegazione, nei capitoli centrali, non è quella che ci si aspetta. Beatty non dice che i libri sono pericolosi nel senso politico, sovversivi, da censurare. Dice questo: “A book is a loaded gun in the house next door. Burn it. Take the shot from the weapon. Breach man’s mind.” (Trad. “Un libro è una pistola carica nella casa accanto. Bruciatelo. Togliete il proiettile dall’arma. Aprite una breccia nella mente dell’uomo.”). E poco dopo, quando Beatty deve spiegare cosa sostituisce i libri nella società, dice una frase che oggi suona profetica: “Cram them full of noncombustible data, chock them so damned full of ‘facts’ they feel stuffed, but absolutely ‘brilliant’ with information.” (Trad. “Riempiteli di dati non combustibili, infilategliene tanti maledettamente in pancia da farli sentire pieni, ma assolutamente brillanti di informazioni.”). I libri sono diventati un fastidio sociale: troppe opinioni che si scontrano, troppi punti di vista che disturbano la felicità di una popolazione che ha imparato a starsene tranquilla davanti agli schermi a parete. La gente, nel mondo del romanzo, ha smesso di leggere prima che lo Stato cominciasse a bruciare. Il rogo arriva dopo, come servizio reso, non come imposizione. “It was a pleasure to burn” (Trad. “Era un piacere bruciare”), dice Montag nella prima frase del libro: il piacere è quello dell’efficienza, non quello della crudeltà.
Bradbury raccontava una distruzione che aveva una giustificazione funzionale, non ideologica. La società di Fahrenheit 451 brucia libri perché li vede come ostacolo a un fine giudicato superiore, che è la quiete cognitiva collettiva. La società di Project Panama trita libri perché li vede come ostacolo a un fine giudicato superiore, che è l’addestramento di sistemi linguistici di massa. La differenza è di scopo, non di logica. In entrambi i casi il libro è un oggetto fisico che impedisce un’operazione efficiente, e in entrambi i casi la decisione di distruggerlo viene presa da chi ha il potere di farlo perché è perfettamente legittima nel quadro di valori dominante. C’è una simmetria persino nel lessico: Beatty parla di “noncombustible data”, dati che non bruciano, e Anthropic parla di destructive scan, scansione distruttiva. La parola data compare in entrambe le scene a giustificare la sparizione del supporto, perché una volta che hai chiamato “dato” quello che prima era libro, la distruzione del libro diventa un dettaglio di formato. Bradbury non scriveva una distopia futuristica: scriveva un’istruzione tecnica per riconoscere il pattern.
Forse non è questo il modo
Il punto delicato di tutta questa storia è che, sul piano del diritto, Anthropic ha ragione. La sentenza Alsup è motivata, il fair use copre la trasformazione, i libri sono stati comprati legalmente, le copie pirata sono state pagate. Non c’è nessuna violazione formale, e ogni avvocato che provasse a contestare l’azienda davanti a un giudice federale americano partirebbe sconfitto. La nausea che molti di noi proviamo davanti a Project Panama, quindi, non è una nausea giuridica. È una nausea culturale, ed è esattamente quella che merita di essere nominata, perché tutto il rischio del nostro tempo è confondere quello che è permesso con quello che è giusto, e quando smettiamo di sentire la differenza la perdiamo.
C’è una linea che si può tracciare dalla teoria di Lawrence Lessig del codice come legge fino a Project Panama, e passa esattamente per il punto in cui Code: And Other Laws of Cyberspace (1999) avvertiva che chi controlla l’architettura controlla il comportamento, e l’architettura tecnica della pipeline AI di oggi è un’architettura che pretende fino a due milioni di libri tritati per produrre un modello commerciale, perché quella è l’unica architettura che risolve in modo pulito il problema del copyright e quella è l’unica forma di compliance che resta in piedi davanti al giudice. Cathy O’Neil in Weapons of Math Destruction (2016) lo aveva detto in altri termini: gli algoritmi non sono arbitri neutrali, sono opinioni incorporate nel codice, e qui l’opinione è che il valore di un libro coincida con l’informazione testuale che contiene, una volta estratta quella, il resto è scarto. Shoshana Zuboff in The Age of Surveillance Capitalism (2019) lo aveva ampliato: il capitalismo della sorveglianza estrae materia prima dall’esperienza umana, e adesso possiamo aggiornarne la definizione, perché il capitalismo dell’addestramento estrae materia prima dalla cultura scritta umana, con la differenza che la materia prima non è infinita, le copie superstiti dei tirage limitati che oggi finiscono nelle pile di Better World Books non si rigenerano. Una volta tritate, sono tritate.
E qui arriva il punto che dà davvero la pelle d’oca, ed è il pezzo di Project Panama meno raccontato dalle analisi giuridiche. L’inchiesta del Washington Post documenta che molti dei libri acquistati sono volumi di seconda mano in condizioni medie, ma una parte non quantificata sono volumi rari, prime edizioni, esemplari fuori catalogo che il mercato dell’usato fa circolare in modo opaco, e che finiscono nei cestoni di acquisto all’ingrosso senza che nessuno, lungo la catena, abbia incentivo a salvarli. La macchina non distingue. La ghigliottina taglia un Penguin Classic da tre euro come taglia una prima edizione che potrebbe valere tremila. Il sistema è ottimizzato per il throughput, non per la conservazione, e la conservazione richiederebbe un costo umano che farebbe saltare il modello economico. È esattamente la dinamica del Librareome di Vinge, ed è esattamente l’efficienza disumana che Bradbury descriveva con il piacere di Montag davanti al fuoco.
Esistono alternative? Sì. Si possono comprare i libri e tenerli, scansionarli con metodi non distruttivi che esistono dagli anni Novanta e che sono solo più lenti, si possono creare partnership con le biblioteche pubbliche e con i grandi archivi che digitalizzano da decenni con protocolli rispettosi dell’oggetto, si possono pagare licenze a chi possiede patrimoni librari, si può anche, come idea radicale, decidere che non tutto vada digitalizzato e che alcune cose stiano bene dove sono. Tutte queste alternative hanno un costo, ed è qui che la storia diventa morale invece che tecnica, perché la scelta di Anthropic non è stata costretta da un vincolo fisico, è stata una scelta di trade-off in cui il prezzo dei libri sopravvissuti è stato giudicato superiore al prezzo dei libri tritati. Il fair use non obbligava nessuno a comprare due milioni di copie da distruggere: dava semplicemente il permesso di farlo. Il permesso non è mai un dovere. Eppure, davanti a un permesso, ci dimentichiamo sempre che si poteva scegliere di non usarlo. La frase del documento interno di Anthropic, “We don’t want it to be known that we are working on this” (Trad. “Non vogliamo che si sappia che stiamo lavorando a questo”), dice esattamente questa cosa: chi ha ordinato Project Panama sapeva che era legale, e sapeva anche che dirlo a voce alta avrebbe fatto schifo. La distanza tra le due consapevolezze è il pezzo di terreno che il diritto positivo ha disimparato a presidiare, ed è esattamente lì che si cresce o si cade come civiltà.
Stiamo costruendo una generazione di sistemi di intelligenza artificiale capaci di citare versi di Borges e raccontare la trama di Fahrenheit 451 a memoria, e li stiamo costruendo riducendo in pezzi i libri di Borges e di Bradbury con macchine che lavorano a ritmo industriale. Non è illegale. È solo una scelta che, dentro a un secolo, sarà uno dei capitoli che leggeremo male. Forse il modo non era questo. Forse il modo non era questo davvero.
Per approfondire
- Washington Post: “Anthropic ‘destructively’ scanned millions of books to build Claude” (27 gennaio 2026) — https://www.washingtonpost.com/technology/2026/01/27/anthropic-ai-scan-destroy-books/
- NPR: “Anthropic pays authors $1.5 billion to settle copyright infringement lawsuit” (5 settembre 2025) — https://www.npr.org/2025/09/05/nx-s1-5529404/anthropic-settlement-authors-copyright-ai
- Washington Post: “Anthropic agrees $1.5B copyright settlement” (5 settembre 2025) — https://www.washingtonpost.com/technology/2025/09/05/anthropic-book-authors-copyright-settlement/
- CNBC: “Judge preliminarily approves $1.5 billion settlement” (25 settembre 2025) — https://www.cnbc.com/2025/09/25/judge-anthropic-case-preliminary-ok-to-1point5b-settlement-with-authors.html
- Authors Alliance: “Anthropic Wins on Fair Use, Loses on Building a Central Library of Pirated Books” (24 giugno 2025) — https://www.authorsalliance.org/2025/06/24/anthropic-wins-on-fair-use-for-training-its-llms-loses-on-building-a-central-library-of-pirated-books/
- Authors Guild: “Mixed Decision in Anthropic AI Case” (giugno 2025) — https://authorsguild.org/news/mixed-decision-in-anthropic-ai-case/
- Wolters Kluwer Copyright Blog: “The Bartz v. Anthropic Settlement: Understanding America’s Largest Copyright Settlement” (settembre 2025) — https://legalblogs.wolterskluwer.com/copyright-blog/the-bartz-v-anthropic-settlement-understanding-americas-largest-copyright-settlement/
- Norton Rose Fulbright: “Bartz v. Anthropic: Settlement reached after landmark summary judgment and class certification” (settembre 2025) — https://www.insidetechlaw.com/blog/2025/09/bartz-v-anthropic-settlement-reached-after-landmark-summary-judgment-and-class-certification
- Susman Godfrey: “Susman Godfrey Secures $1.5 Billion Settlement in Landmark AI Piracy Case” — https://www.susmangodfrey.com/wins/susman-godfrey-secures-1-5-billion-settlement-in-landmark-ai-piracy-case/
- Futurism: “Anthropic Knew the Public Would Be Disgusted If They Found Out About Its Project to Buy and Destroy Millions of Books” — https://futurism.com/future-society/anthropic-destroying-books
- Storyboard18: “Inside Project Panama: How Anthropic Scanned and Destroyed Millions of Books to Train AI” — https://www.storyboard18.com/digital/inside-project-panama-how-anthropic-scanned-and-destroyed-millions-of-books-to-train-ai-88763.htm
- Vinge, V. (2006): Rainbows End, Tor Books. Hugo Award for Best Novel 2007.
- Bradbury, R. (1953): Fahrenheit 451, Ballantine Books.
- Lessig, L. (1999/2006): Code: And Other Laws of Cyberspace, Basic Books.
- O’Neil, C. (2016): Weapons of Math Destruction, Crown.
- Zuboff, S. (2019): The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs.