La Repubblica Tecnologica di Palantir: il manifesto che ridisegna l’Occidente
好的,我现在需要帮用户总结一篇文章,控制在100字以内。首先,我得仔细阅读这篇文章,理解其主要内容和结构。 文章主要讨论了Palantir Technologies发布的22条宣言,将其与1909年的未来主义宣言相比较。作者指出,这些宣言虽然不是直接的独裁主义,但体现了技术精英对政治权力的追求。文章还分析了Palantir的历史、业务及其与军方的关系,并探讨了这些技术如何影响未来战争和国际秩序。 接下来,我需要将这些信息浓缩到100字以内。重点包括:Palantir的宣言、与未来主义的比较、技术精英的政治野心、军事应用以及对国际关系的影响。 最后,确保语言简洁明了,不使用复杂的术语,直接传达文章的核心内容。 </think> 这篇文章探讨了Palantir Technologies发布的22条宣言及其与1909年未来主义宣言的相似之处,揭示了技术精英如何通过精心设计的论述争取政治权力。文章分析了Palantir的历史、业务及其与军方的关系,并探讨了其技术对现代战争和国际秩序的影响。 2026-4-25 08:21:25 Author: mgpf.it(查看原文) 阅读量:13 收藏

C’è un esercizio storico che vale la pena fare prima di leggere il manifesto pubblicato da Palantir Technologies sui propri canali ufficiali il 19 aprile 2026. È un esercizio che chiede di tornare al 20 febbraio 1909, quando sulla prima pagina del Figaro di Parigi appariva un testo firmato da un ingegnere mezzo siciliano e mezzo alessandrino di nome Filippo Tommaso Marinetti: undici punti, un manifesto, una dichiarazione che proclamava di voler glorificare la guerra come “sola igiene del mondo”, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari. Marinetti non era un pazzo isolato in una soffitta. Era un intellettuale raffinato, poliglotta, formato alla Sorbona, accolto nei salotti europei: e il suo manifesto non era un pamphlet di cantina, era il primo atto di una corrente culturale che avrebbe ridisegnato l’arte e la politica e, nel giro di vent’anni, avrebbe fornito la grammatica estetica al fascismo italiano.

Più di un secolo dopo, il 19 aprile 2026, l’account ufficiale di Palantir su X ha pubblicato un thread con ventidue tesi tratte dal libro del proprio amministratore delegato Alexander Karp, scritto insieme al capo dello staff Nicholas Zamiska, pubblicato da Crown Currency il 18 febbraio 2025 e diventato numero uno della classifica del New York Times nella non-fiction. Il libro si intitola The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West (Trad. “La Repubblica Tecnologica: Potere Duro, Fede Morbida e il Futuro dell’Occidente”). E mentre lo si legge, vale la pena tenere a mente Marinetti, perché le strutture narrative con cui le élite tecniche giustificano la propria presa sul potere politico non sono nuove: si ripetono a ondate con un secolo circa di distanza, e quando arrivano vanno lette con gli strumenti della storia culturale, non solo con quelli del commento ordinario di tech policy.

Voglio essere chiaro fin dall’inizio, perché un articolo come questo si gioca sulle distinzioni precise. Karp non è Marinetti, e tra avanguardia tecnologica e autoritarismo non esiste alcuna linea automatica: queste sono scorciatoie pigre. La cosa più scomoda da dire, e che è il punto, è che il manifesto della Technological Republic non è il delirio di un imprenditore arricchito, non è un testo rozzo, non è un’uscita estemporanea da liquidare con una battuta. È un documento scritto con cura, con un apparato filosofico costruito da un uomo che ha un dottorato in teoria sociale conseguito alla Goethe Universität di Francoforte nel 2002, con una tesi in tedesco sull’aggressività nel mondo della vita e una reinterpretazione del Jargon of Authenticity di Theodor Adorno. Chi lo liquida come follia da miliardario non lo ha letto: e chi non lo legge perde la possibilità di riconoscere i frame che stanno entrando nel dibattito pubblico americano e, con qualche ritardo, anche nel nostro.

Cos’è Palantir, e perché un manifesto proprio adesso

Palantir Technologies nasce nel 2003 a Palo Alto, e già il nome dice qualcosa: i palantíri, nel Signore degli Anelli di Tolkien, sono le pietre veggenti che permettono a chi le guarda di vedere cose lontane nello spazio e nel tempo, e nel romanzo Saruman e Denethor vengono corrotti proprio dall’uso compulsivo di quegli oggetti, perché credono di vedere tutto mentre in realtà vedono solo ciò che Sauron decide di mostrare loro. È un nome che dice molto sulla consapevolezza ironica, o forse sull’assenza di consapevolezza, dei fondatori. I due nomi che contano sono Peter Thiel, già co-fondatore di PayPal, libertario estremo e oggi finanziatore del movimento neoreazionario americano nonché grande sponsor politico di JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; e Alex Karp, amico di Thiel dai tempi della Stanford Law School, con un percorso intellettuale opposto e una formazione immersa nell’ambiente di Jürgen Habermas e della Scuola di Francoforte. Il seed capital arriva da In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA americana: il che significa che Palantir non è mai stata, in nessuna fase della sua storia, un’azienda tech consumer, ma un fornitore dell’intelligence americana che ha costruito la propria pipeline di analisi sui dati di anti-frode di PayPal e l’ha messa al servizio della lotta al terrorismo nel post-undici settembre.

Per quasi un decennio Palantir resta un’azienda di nicchia, opaca, riconoscibile solo nei circuiti dell’intelligence. Dal 2018 in poi inizia a emergere: i contratti cumulativi con la Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia americana di controllo dell’immigrazione e delle dogane, raggiungono i duecentottantasette milioni di dollari per una piattaforma chiamata ImmigrationOS che fa tracking in tempo reale dei migranti e ottimizzazione logistica delle deportazioni; arrivano i contratti con il Pentagono per Project Maven, programma di visione artificiale applicata al targeting militare; arriva un contratto da trecentotrenta milioni di sterline con il National Health Service britannico, di cui il settantacinque per cento del testo è stato oscurato in fase di pubblicazione e di cui, nonostante la portata, solo il quindici per cento dei trust ospedalieri sta effettivamente usando la piattaforma; e arriva, nel gennaio del 2024, una strategic partnership con il Ministero della Difesa israeliano che, secondo le inchieste di Al Jazeera e del Business and Human Rights Resource Centre, fa da infrastruttura per i sistemi di targeting usati nella campagna di Gaza. La quotazione al NYSE nel 2020 modesta diventa, nell’aprile 2026, una capitalizzazione superiore ai trecento miliardi di dollari, con un multiplo prezzo-utili scollegato dai fondamentali finanziari e molto collegato a una scommessa politica di lungo periodo.

Il libro arriva in questo contesto. Le recensioni sono polarizzate: George F. Will sul Washington Post lo paragona al Closing of the American Mind di Allan Bloom del 1987 (“not since Allan Bloom’s astonishingly successful 1987 book has there been a cultural critique as sweeping”, Trad. “dal libro straordinariamente fortunato di Allan Bloom del 1987 non c’era stata una critica culturale altrettanto estesa”); il Financial Times lo definisce “fascinating, if at times disturbing” (Trad. “affascinante, seppur a tratti disturbante”); The New Republic lo stronca definendo Karp “a wavering liberal, hair-splitting his way toward civilizational chauvinism” (Trad. “un liberale tentennante che spacca il capello in quattro per arrivare a uno sciovinismo civilizzazionale”); Jacobin e The Nation scrivono che il paragone tra Palantir e il Manhattan Project, proposto dal libro stesso, “requires either stunning historical ignorance or willful distortion” (Trad. “richiede o una sbalorditiva ignoranza storica o una distorsione volontaria”), perché il Manhattan Project era un’operazione gestita da scienziati statali diretti, non da appaltatori privati quotati in borsa.

C’è poi una data che lega il libro all’operatività reale dell’azienda, ed è il 28 febbraio 2026. Durante l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, il sistema Maven di Palantir, integrato con il modello Claude di Anthropic, processa migliaia di immagini satellitari, intelligence radio e feed di droni, generando nelle prime ventiquattro ore oltre mille opzioni di strike con coordinate GPS, raccomandazioni di armamento e giustificazioni legali automatizzate. Si tratta di più del doppio della potenza aerea dispiegata nell’intera fase iniziale dell’invasione dell’Iraq del 2003. Il Washington Post dà la notizia il 4 marzo, Responsible Statecraft la conferma il 5 marzo, il Guardian il 9 marzo titola “faster than the speed of thought” (Trad. “più veloce della velocità del pensiero”). Aggiungete che il 27 febbraio, un giorno prima dell’attacco, il presidente Trump aveva firmato un ordine esecutivo che bollava Anthropic come “supply chain risk” per il rifiuto di fornire al Pentagono accesso senza restrizioni ai propri modelli, e che i funzionari della difesa hanno usato Claude lo stesso, e avete la fotografia esatta della geometria istituzionale dentro cui il manifesto di Karp vuole inserire la propria proposta di ordine tecnologico. Un presidente che ordina di non usare un sistema, un apparato militare che lo usa lo stesso, un’azienda privata che porta il Pentagono in tribunale: è in questo paesaggio che vengono pubblicate le ventidue tesi.

C’è una complicazione interna che rende il caso ancora più istruttivo. Karp si descrive pubblicamente come progressista, dice di aver votato Kamala Harris nel 2024, parla tedesco fluentemente, vive parte dell’anno in Svizzera sulle Alpi, pratica sci di fondo, cita Habermas e Adorno. Thiel viene dalla tradizione libertaria e oggi flirta apertamente con Curtis Yarvin, il pensatore neoreazionario che Max Chafkin in The Contrarian definisce “il filosofo politico di casa del Thielverso”, invitato d’onore al Coronation Ball di Trump nel gennaio 2025. Che questi due abbiano fondato e guidato per vent’anni la stessa azienda, e che Karp abbia scritto un manifesto la cui sostanza coincide quasi integralmente con la visione thieliana mentre lui continua a rivendicare etichette progressiste, è uno dei paradossi più rivelatori del nostro tempo: e il punto di ingresso per smontare il testo.

Le ventidue tesi, smontate per blocchi

Lette in ordine, le ventidue tesi sembrano un discorso coerente. Lette per blocchi, rivelano la struttura argomentativa sottostante, che è sempre la stessa: diagnosi vera, inferenza forzata, prescrizione pericolosa.

Il primo blocco riguarda il rapporto tra Silicon Valley e Stato americano. Karp dice che la Silicon Valley ha un debito morale verso il paese che l’ha resa possibile, che dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app consumer, che il soft power della retorica è finito e serve hard power costruito sul software. La diagnosi qui è in parte giusta: l’industria tech americana negli ultimi vent’anni ha effettivamente abbandonato le sfide infrastrutturali serie per inseguire ottimizzazione pubblicitaria e app di dating, e molti ingegneri brillanti costruiscono oggi algoritmi per tenervi incollati a TikTok invece che protesi neurali o reti elettriche. Anche io firmo. L’inferenza forzata è il salto successivo: da “abbiamo abbandonato le sfide serie” a “la sfida seria è rifornire il Pentagono di sistemi di targeting autonomo” c’è una distanza che il libro copre con un salto retorico, non con un argomento. La prescrizione pericolosa è la conclusione: il ruolo naturale dell’ingegnere americano è la difesa nazionale, e la difesa nazionale, guarda caso, è il mercato su cui Palantir fa i soldi.

Il secondo blocco è sulle armi AI, sul servizio militare, sul rapporto con i Marines. Karp scrive che la domanda non è se le armi AI saranno costruite ma chi le costruirà, che il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale, che se un Marine chiede un fucile migliore glielo dobbiamo dare e lo stesso vale per il software. La diagnosi è in parte giusta, perché Cina e Russia stanno costruendo sistemi militari AI e non aspetteranno che il mondo si metta d’accordo sulle regole. L’inferenza forzata è sempre la stessa: da “gli altri lo fanno” a “quindi dobbiamo farlo anche noi senza dibattiti teatrali” c’è un salto che cancella l’intera tradizione del diritto internazionale umanitario, il controllo degli armamenti, le convenzioni di Ginevra. La prescrizione pericolosa è la militarizzazione universale del civile, il ritorno alla leva obbligatoria, la normalizzazione dell’idea che il Marine e l’ingegnere di software siano parte dello stesso corpo di battaglia. Karp ha pronunciato in pubblico la frase che chiude la questione senza margini di ambiguità: “making America more lethal, making our adversaries increasingly afraid” (Trad. “rendere l’America più letale, rendere i nostri avversari sempre più impauriti”). Non è difesa nazionale nel senso costituzionale, è proiezione offensiva.

Il terzo blocco riguarda la classe politica. Karp dice che i pubblici dipendenti non devono essere i nostri sacerdoti, che dovremmo mostrare più grazia verso chi si è esposto alla vita pubblica, che la cautela nel parlare è corrosiva. C’è una vera erosione della qualità della classe politica americana, e c’è una vera cultura del linciaggio social che scoraggia le candidature serie: la diagnosi parziale regge. Ma la prescrizione, nel contesto del libro, diventa una richiesta di “grazia” verso quella classe di miliardari-filantropi-funzionari che il libro candida come nuova aristocrazia tecnocratica. In pratica: ridurre il controllo dei cittadini su chi decide per loro, a favore di chi ha il potere per decidere senza essere disturbato.

Il quarto blocco è il più controverso. Karp scrive che nessun paese al mondo ha fatto avanzare i valori progressisti più degli Stati Uniti, che la pax americana è stata il motore di un secolo senza guerre tra grandi potenze, che la castrazione postbellica di Germania e Giappone deve essere ribaltata, che dovremmo applaudire chi come Elon Musk costruisce là dove il mercato ha fallito. Presa singolarmente ogni tesi ha un fondo reale: presa insieme, disegna la cornice di una pax americana che non è più un dato di fatto da preservare ma un progetto politico da rilanciare con il riarmo dei vecchi assi sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale. Chiedere nel 2025 di disfare il pacifismo costituzionale giapponese e la denuclearizzazione tedesca significa, tradotto in linguaggio di politica estera, chiedere all’Europa e all’Asia di riarmarsi sotto la supervisione di Washington: cioè di tornare a essere pezzi di una struttura imperiale americana. È una proposta che in Germania è stata accolta come un insulto costituzionale, e in Giappone come un attacco diretto all’articolo nove della loro Costituzione.

Il quinto blocco riguarda la cultura. Karp attacca l’intolleranza religiosa nelle élite, scrive che alcune culture hanno prodotto progressi vitali e altre sono regressive e dannose, e chiude con la frase “we must resist the shallow temptation of a vacant and hollow pluralism” (Trad. “dobbiamo resistere alla tentazione superficiale di un pluralismo vacuo e vuoto”). C’è un certo relativismo culturale che nelle università americane è diventato dogma, e che rende impossibile certe conversazioni necessarie: la diagnosi parziale c’è. L’inferenza forzata è la gerarchia esplicita delle culture, che riapre, con un vocabolario un po’ più raffinato, la tradizione di Samuel Huntington dello scontro di civiltà. Karp scrive nero su bianco che “the West has a superior way of living and organizing itself” (Trad. “l’Occidente ha un modo superiore di vivere e di organizzarsi”), e questa frase, scritta nel 2025, riapre un dibattito che l’Europa postbellica aveva faticosamente cercato di chiudere.

C’è un sesto blocco “umanista” che è il più strano del manifesto, e il paradosso si riconosce solo guardandolo da fuori: l’autore che ha costruito un’azienda sulla profilazione comportamentale di massa lamenta la politica ridotta a nutrimento dell’io; il CEO che vende software di sorveglianza predittiva alla polizia (il programma di predictive policing del LAPD basato su tecnologie Palantir è stato cancellato nel 2019 dopo accuse di profilazione razziale sproporzionata delle comunità nere) invita tutti a non gioire della sconfitta degli avversari; il capo di Palantir, che ha fornito strumenti di targeting a eserciti in conflitto, chiede umanità nei toni del dibattito pubblico. Sono contraddizioni così vistose da escludere le ipotesi facili. Il libro non è scritto male, e Karp è un uomo intellettualmente serio: la lettura che credo corretta è che quelle tesi siano lì per dare al manifesto un profumo umanistico, che lo rende spendibile in ambienti colti, mentre la sostanza hard-power lavora sotto la superficie.

Le lenti per leggere il manifesto: Schmitt, Zuboff, Lessig

Per leggere questo testo senza farsi fregare dal tono persuasivo, servono almeno tre lenti teoriche.

C’è anzitutto la teoria dell’amico-nemico di Carl Schmitt, giurista tedesco che nel 1932 pubblica Der Begriff des Politischen (Trad. “Il concetto di politico”), in cui sostiene che il fondamento della politica non è il consenso né il contratto ma la distinzione tra chi appartiene alla propria comunità di destino e chi ne è fuori. Schmitt aderirà al partito nazista nel 1933, e il suo pensiero è rimasto una fonte costante per la destra autoritaria. Il manifesto di Karp è schmittiano nel midollo: la distinzione tra noi che costruiamo armi AI e i nostri avversari che le costruirebbero comunque è la distinzione amico-nemico elevata a principio fondativo della Technological Republic. E lo stato di eccezione schmittiano, la sospensione delle regole ordinarie in nome dell’emergenza, in Karp diventa la giustificazione per saltare i dibattiti teatrali sulla moralità delle armi AI. Karp non è nazista, e sostenerlo sarebbe disonesto: ma la grammatica politica del manifesto è schmittiana, e Schmitt non è una cornice neutra. C’è anzi un dettaglio ironico, segnalato dalla studiosa Moira Weigel su Boundary2: Thiel ha sempre apertamente ammirato Schmitt, mentre Karp si è formato nell’ambiente che di Schmitt era il nemico storico, la Scuola di Francoforte.

C’è poi il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, professoressa emerita della Harvard Business School, che nel suo libro del 2019 The Age of Surveillance Capitalism descrive un nuovo ordine economico fondato sulla cattura unilaterale dell’esperienza privata come materia prima da cui estrarre dati comportamentali da vendere. Zuboff parlava di Google e Facebook, ma la sua teoria si applica a Palantir con una precisione chirurgica, e anzi Palantir ne è la versione più estrema: dove Google estrae il vostro comportamento per vendere pubblicità, Palantir estrae il comportamento di intere popolazioni e lo vende a governi e militari come strumento di controllo. La frase di Zuboff che serve qui è “what is abrogated here is our right to the future tense” (Trad. “ciò che viene abrogato qui è il nostro diritto al tempo futuro”), il diritto cioè di decidere noi chi diventeremo. Il manifesto di Karp chiede allo Stato americano di adottare questa pipeline, di integrarla nell’apparato militare e poliziesco, di normalizzarla come infrastruttura civica: in pratica sta proponendo il capitalismo della sorveglianza come modello di governo.

C’è infine il “codice è legge” di Lawrence Lessig, professore ad Harvard, che nel libro Code del 1999 ha spiegato che nel cyberspazio le scelte di design del software sono scelte politiche che regolano il comportamento in modo più efficace delle leggi scritte. Lessig vedeva la cosa come un monito; quando Karp dice “hard power in this century will be built on software” (Trad. “il potere duro in questo secolo sarà costruito sul software”) sta applicando Lessig al contrario, trasformandolo in programma. Costruire il potere duro sul software significa fare del software la forma fondamentale dell’autorità politica, cioè spostare la sovranità dal parlamento al data center, dal giudice all’algoritmo, dal cittadino al sensore.

Aggiungo una quarta lente che completa il quadro, perché senza di essa lo scenario successivo non si capisce, ed è la guerra cognitiva nella definizione dottrinale NATO formulata nello studio di François du Cluzel del gennaio 2021 per il NATO Innovation Hub. La cognitive warfare non è propaganda classica, è uso sistematico di informazione, tecnologia e psicologia per modificare la percezione, il comportamento e la capacità decisionale degli avversari. Il manifesto di Karp è esso stesso un’operazione di guerra cognitiva, nel senso tecnico del termine: non è giudizio morale, è descrizione operativa. Le ventidue tesi sono costruite come un pacchetto di attivazione di cornici, risvegliano frame dormienti nella cultura americana, attivano polarizzazioni “Noi/Loro” nette, e si concludono con una call-to-action implicita che è il sostegno al progetto politico tech-militare di cui Palantir è l’avanguardia industriale. I politologi Donald Chong e James Druckman hanno formalizzato nel 2007, in Annual Review of Political Science, la matematica dei frame: la vostra opinione su un tema è la somma delle vostre valutazioni di ogni aspetto, pesate per quanto quell’aspetto è saliente nella vostra mente in quel momento. Per cambiare la vostra opinione non serve cambiare le valutazioni, basta spostare i pesi. Karp fa esattamente questo, tesi dopo tesi, spostando il peso dall’etica militare all’inevitabilità tecnologica e dalla sorveglianza alla sicurezza.

Cosa cambia se queste tesi diventano policy

La domanda non è teorica, perché molte di queste tesi stanno già scivolando nella pratica amministrativa, e l’estrapolazione delle traiettorie visibili oggi negli Stati Uniti dice abbastanza sui prossimi dieci anni, anche per contagio in Europa.

Sul versante americano, Palantir ha già accumulato oltre centotredici milioni di dollari di contratti federali nei primi mesi del secondo mandato Trump. Se il pattern prosegue, la spesa militare in software passerà dai circa cinquanta miliardi del 2024 a oltre duecento miliardi nel 2030, con un livello di concentrazione che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda, in mano a tre o quattro aziende. La conseguenza strutturale è che il complesso militare-industriale classico descritto da Eisenhower nel 1961 verrà sostituito da un complesso militare-algoritmico di fatto indistinguibile da un’integrazione verticale unica.

Sul versante geopolitico, se gli Stati Uniti spingono per riarmare Germania e Giappone secondo la quindicesima tesi del manifesto, la NATO si trasforma in un’alleanza a geometria variabile, in cui gli alleati tradizionali vengono spinti a reinternalizzare la propria difesa mentre Washington si concentra sulla competizione con la Cina. La conseguenza immediata è la corsa al riarmo europeo che abbiamo già visto iniziare nel 2023 e nel 2024, ma accelerata e radicalizzata, con budget militari che in Germania e in Italia superano il tre per cento del PIL. La conseguenza di lungo periodo è una frammentazione dell’ordine internazionale in tre o quattro blocchi armati, con regole di ingaggio scritte sempre più dal software e sempre meno dal diritto internazionale.

Sul versante delle armi autonome, se la quinta tesi diventa policy, gli Stati Uniti abbandoneranno definitivamente ogni pretesa di regolamentare le armi letali autonome a livello internazionale, e ogni potenza regionale che può permetterselo costruirà il proprio sistema di targeting AI. Israele già lo ha fatto in Gaza, la Russia ha i propri sistemi, la Cina i suoi, la Turchia ha i droni Bayraktar, l’Iran sta sviluppando i propri. Nel 2030, proiettando questa traiettoria, la soglia di ingresso per avere un esercito parzialmente autonomo sarà di qualche centinaio di milioni di dollari, e il numero di conflitti in cui la decisione di uccidere sarà presa da un algoritmo supererà quello dei conflitti in cui sarà presa da un essere umano. Non è fantascienza, è l’estrapolazione su scala globale di Operazione Epic Fury.

L’Italia in mezzo

L’Europa si trova davanti a un bivio che il manifesto rende ineludibile. Da una parte può cercare di costruire una propria sovranità tecnologica, con un Airbus del software militare, aziende europee di AI defense, un sistema di targeting indipendente, e rinunciare alle ambizioni di essere la culla mondiale della regolamentazione etica dell’AI. Dall’altra può mantenere la propria identità regolatoria fondata sull’AI Act e sul GDPR, accettando di essere strategicamente dipendente dagli Stati Uniti per il software militare critico. Non esiste una terza via: e chi vi dice il contrario non ha letto il manifesto.

Il rischio italiano specifico è di restare in mezzo. Non abbiamo una classe tecnica abbastanza forte da costruire una risposta industriale all’America, non abbiamo una cultura giuridica abbastanza solida da imporre regolamentazione all’Europa, non abbiamo una politica estera abbastanza autonoma da resistere alle pressioni di Washington. Il rischio concreto è che il manifesto di Karp, tradotto con qualche anno di ritardo in policy europee, ci trovi nel posto peggiore: fornitori di dati per le piattaforme americane, consumatori di software militare americano, regolati da regole europee che non abbiamo contribuito a scrivere. Conosco personalmente alcuni ingegneri italiani che hanno già fatto la scelta di passare al settore defense tech americano: il processo è molto avanzato. Lo stipendio cresce, la scrutiny sindacale cala, i contratti sono coperti da clausole di sicurezza nazionale che impediscono whistleblowing. In dieci anni una generazione di ingegneri si troverà dalla parte sbagliata di una trasformazione che avrà scelto un contratto alla volta.

C’è uno scenario controintuitivo che è giusto dare, perché il mio mestiere non è farvi paura ma darvi informazioni complete. Alcune prescrizioni del manifesto, applicate con misura, possono produrre effetti positivi: un rilancio della spesa pubblica in infrastrutture tecnologiche serie, un ritorno di attenzione a problemi reali come la dipendenza da app consumer che atrofizzano l’attenzione, una maggiore responsabilità civica dell’élite tech sono tutti bisogni genuini che il manifesto articola correttamente prima di tradire con inferenze sbagliate. Se riusciamo a tenere la diagnosi e a buttare la prescrizione, qualcosa di utile si ricava. Il punto è che il libro non è scritto per permettere questa separazione, è scritto per farvi accettare il pacchetto chiuso.

La pietra che mostra solo quello che Sauron permette di mostrare

Torniamo a Marinetti per un momento. Il Manifesto del Futurismo del 1909 chiudeva con un programma che vale rileggere oggi: “noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri”. Vent’anni dopo quella retorica estetizzante aveva fornito la grammatica al regime che portò l’Italia in due guerre mondiali e alla perdita della propria dignità civile.

Il manifesto della Technological Republic non è il Manifesto del Futurismo, e Karp non è Marinetti: ma la funzione culturale che il testo svolge è analoga. È il documento di posizionamento di una élite tecnica che chiede legittimità politica per guidare un Occidente in crisi, si auto-percepisce come portatrice di una missione storica, rifiuta la conversazione democratica ordinaria come lentezza colpevole, e propone un ordine in cui il software, l’arma AI e il servizio nazionale obbligatorio sono i pilastri di una nuova costituzione materiale.

Il fatto che Palantir senta il bisogno di pubblicare un manifesto del genere significa due cose, e sono entrambe importanti. La prima è che la classe imprenditoriale tech ha smesso di nascondersi dietro il linguaggio del progresso neutro e ora gioca a carte scoperte: paradossalmente è una buona notizia, perché ci permette di vedere il progetto politico per quello che è. La seconda è che chi scrive manifesti di fondazione è sempre qualcuno che teme di non avere abbastanza consenso spontaneo, e quindi ha bisogno di fabbricarlo pezzo per pezzo, tesi dopo tesi: i tiranni realmente consolidati non scrivono manifesti, li fanno applicare.

Nei prossimi dieci anni si combatteranno tre guerre in parallelo, e la prima è la più importante, perché senza vincerla le altre due sono già perdute. La prima è sulla narrazione, su quali frame useremo per pensare al rapporto tra tecnologia e potere, e si combatte leggendo libri come quello di Karp con gli strumenti giusti, rifiutando il cazzotto retorico e chiedendo argomenti, numeri, responsabilità. La seconda è sulla regolamentazione, su quali limiti imporremo alla pipeline di capitalismo della sorveglianza che sta per essere militarizzata. La terza è industriale, su quali infrastrutture tecnologiche riusciremo a costruire in Europa per non essere solo clienti di un ordine scritto altrove. Se perdete la prima, le altre due sono perse in partenza, perché non riuscirete nemmeno a spiegare perché vi serva regolamentare o costruire alternative. Se la vincete, le altre due restano in piedi, difficili ma giocabili.

Vincere la prima guerra non significa urlare contro Palantir. Significa leggere con attenzione, smontare con precisione, riformulare con forza le alternative. Significa anche ricordarci che il nome Palantir viene da Tolkien, e che nel romanzo i palantíri sono oggetti che corrompono chi li usa non perché mostrino il falso, ma perché mostrano solo quello che Sauron permette loro di mostrare, convincendo chi guarda di aver visto tutta la realtà. Quello è il rischio: non che il manifesto ci menta, ma che ci mostri solo quello che vuole farci vedere, e che ci convinca che oltre quella finestra non ci sia altro.



文章来源: https://mgpf.it/2026/04/25/la-repubblica-tecnologica-di-palantir.html
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