Apr 15, 2026 In evidenza, Mercato, News, RSS, Scenario
Sembra che il mercato inizi a considerare una cosa sensata il concetto di “sicurezza come responsabilità condivisa”. Questa frase, spesso usata in passato senza una reale presa sulla realtà e forse più come metodo per “scaricare” parte delle proprie responsabilità su altri, adesso trova dei riscontri nella nuova ricerca di Kaspersky intitolata “Supply chain reaction: securing the global digital ecosystem in an age of interdependence”. I primi numeri che saltano all’occhio, infatti, sono che, secondo le risposte date dagli oltre 1500 oltre manager e dirigenti interpellati, quasi il 70% delle aziende è pronto a investire direttamente nella sicurezza di partner e fornitori, riconoscendo quindi che il rischio cyber non è più confinato all’interno del perimetro organizzativo, mentre un ulteriore 25% ha già avviato iniziative concrete di condivisione dei costi. In altre parole, quasi un’organizzazione su quattro è già passata dalla teoria alla pratica, trasformando la protezione della supply chain in un investimento condiviso.
La spinta verso modelli di sicurezza collaborativa è direttamente legata alla pressione degli attacchi. Il report evidenzia come quasi il 30% delle aziende sia stato colpito da attacchi alla supply chain nell’ultimo anno, mentre circa il 25% ha subito attacchi basati sullo sfruttamento di relazioni di fiducia già esistenti.
E nonostante gli attacchi siano diffusi in tutto il Pianea, l’analisi evidenzia che la propensione a investire nella sicurezza dei partner varia molto in base all’area geografica, raggiungendo l’83% in India, l’80% in Indonesia e Russia e il 76% in Brasile. Sul fronte dell’adozione concreta, i tassi più elevati si registrano a Hong Kong e Taiwan (33%), seguiti da Spagna (33%), Turchia (31%) e Vietnam (31%).
Alla base di questo cambiamento c’è un elemento strutturale: la disomogeneità delle capacità di sicurezza lungo la supply chain. Le grandi organizzazioni dispongono generalmente di strumenti, competenze e budget più elevati rispetto ai loro fornitori, creando punti deboli che possono essere sfruttati dagli attaccanti. Le aziende più strutturate diventano così abilitatori della sicurezza dell’intero ecosistema, contribuendo a colmare il gap e a ridurre le superfici di attacco indirette.
“Oggi le aziende si rendono conto che la sicurezza non può più limitarsi ai confini della propria organizzazione, ma deve estendersi all’intero ecosistema”, ha commentato Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky. “Le aziende più piccole spesso non dispongono delle stesse capacità di sicurezza delle grandi imprese per cui lavorano, il che comporta rischi aggiuntivi per queste ultime. Condividendo risorse e competenze, le grandi aziende possono colmare questa lacuna, rafforzando i punti deboli lungo l’intera catena di dipendenza e diventando così un motore fondamentale della resilienza informatica globale”.